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Progetto pilota di sminamento umanitario: sono i comuni di Samaniego e Santacruz.

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Progetto pilota di sminamento umanitario: sono i comuni di Samaniego e Santacruz.

Progetto pilota di sminamento umanitario: sono i comuni di Samaniego e Santacruz. 25 luglio 2017. Ore 7.15. La sveglia è già stata posticipata per tre volte. Nel gruppo di whatsapp qualcuno ha mandato un messaggio vocale… È la registrazione della voce di Bernando Tellez, portavoce e delegato di pace dell’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), gruppo di guerriglia colombiano, che annuncia alla radio l’individuazione dei possibili territori dove avviare un progetto pilota di sminamento umanitario: sono i comuni di Samaniego e Santacruz.

Prossima decisiva tappa a Quito il 18 settembre, giorno in cui è stato fissato l’incontro per la negoziazione tra governo e Eln. Al tavolo sono stati invitati anche parlamentari friulani del Partito Democratico.

Ma facciamo un passo indietro…

Il distretto di Samaniego è un comune di 50mila abitanti della Regione del Nariño, a sud della Colombia. È una zona rurale e di cordigliera, conosciuta per la produzione di caffè, uno dei migliori del Paese, soprattutto grazie alle condizioni climatiche e al suolo di origine vulcanica, e per il concorso di bande regionale, un evento annuale per la cittadina, che con orgoglio vanta questa tradizione musicale. A partire dalla fine degli anni ‘80, l’insediamento sul territorio delle diverse forze di guerriglia (Eln e Farc-Ep) e dei gruppi paramilitari e, parallelamente, la diffusione delle coltivazioni di coca, marijuana e oppio, hanno iniziato a stravolgere la tranquillità di questa zona. La conformazione geografica montuosa e di difficile accesso riduce, infatti, le capacità dello Stato di mantenere il controllo sul territorio.

Inoltre, la posizione strategica della Regione, quale territorio di confine, nel tempo, ha conferito alla zona un ruolo chiave per la produzione e il traffico di coca, con conseguenze devastanti sul tessuto politico e sociale cittadino. La situazione di violenza derivante dallo scontro tra le forze armate, aggravata dalla lotta di potere della mafia e del narcotraffico, hanno dato forma a un connubio che ha corrotto la società civile e costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio in altri comuni. 
La Unidad de Victimas, ente preposto all’assistenza delle vittime del conflitto, registra 13.819 persone residenti nel Municipio di Samaniego come vittime di fatti relativi al conflitto armato avvenuti tra il 1985 e il 2016. A questi dati si aggiungono le statistiche del Piano di Sviluppo del Municipio di Samaniego, nel quale il numero delle vittime salirebbe a 19.337, equivalente al 38,5 % degli abitanti del comune.

Una delle principali conseguenze della disputa tra i gruppi armati per il controllo del territorio è stata la disseminazione delle mine antiuomo in diverse aree strategiche: nel comune di Samaniego, tra il 2005 e il 2013 si contano circa 135 persone, tra civili e militari, vittime di artefatti esplosivi. Questi dati, tuttavia, sono parziali, poiché molte persone non hanno denunciato le perdite familiari subite per timore di ripercussioni. La prima vittima di mine antiuomo del Municipio è stata un minore nel 2005 nel settore la Varazón, che ha perso la vita a causa dell’esplosione di una di esse. Molte persone, negli anni, sono state costrette ad abbandonare le proprie case, perché i giardini erano minati, non potevano più coltivare i propri campi e molti sentieri non erano più sicuri. I bambini in quell’epoca avevano smesso di andare a scuola, troppo pericoloso. Oltre alle vittime umane, anche molti animali da bestiame sono morti a causa delle mine, con gravi ripercussioni sul fabbisogno economico e sociale. Alla paura e all’impotenza di fronte a questa condizione, si aggiunge un senso di profonda ingiustizia nell’ascoltare che «se una mucca incappava in una mina e la faceva saltare, oltre ad aver perso un animale e quindi una possibilità di ingresso economico, eravamo costretti a ripagare ai gruppi armati la mina che era saltata..»

Il legame con il territorio, unito forse alla mancanza di alternative, ha spinto queste comunità a reagire e a trovare forme di pervivencia, come quella di una maestra della zona del Chinchalche creò dei cammini sicuri e organizzò dei corsi di prevenzione per i bambini della scuola, in modo che potessero continuare a studiare. Nonostante la diffusione della violenza, infatti, sono state diverse le iniziative individuali e collettive di pace e di resistenza. A partire dagli anni ’90 nacque un movimento della società civile di promozione dei diritti umani e di costruzione di pace, che si consolidò nel triennio 2004 – 2007 durante l’amministrazione comunale di Harold Montufar attraverso la promozione di un patto locale di pace, strutturato in dieci punti. Con esso si richiedeva ai gruppi armati illegali (Farc-Ep, Eln e gruppi paramilitari) di rispettare i diritti della popolazione civile e, tra questi, le tradizioni culturali, come il concorso di bande musicali. Nel 2006, le comunità, guidate dall’amministrazione comunale, riuscirono a presentare una proposta di sminamento umanitario al tavolo di negoziazione instaurato a Cuba tra il Governo, presieduto allora da Alvaro Uribe, e l’Eln. La proposta, relativa allo sminamento di 14 frazioni del comune di Samaniego e del territorio indigeno del Sande del comune di Santacruz, venne approvata dal tavolo di pace. Tuttavia, il processo di negoziazione naufragò e non fu possibile realizzare l’obiettivo fissato.

Un ulteriore tentativo di avviare uno sminamento umanitario nel territorio di Samaniego si ebbe, poi, nel 2008, purtroppo però si modificò il carattere dell’azione e da sminamento umanitario divenne sminamento militare, con la bonifica di una sola finca (una tenuta, ndr) e l’estrazione di 8 mine, mentre le risorse economiche restanti furono utilizzate per rafforzare l’esercito. Come conseguenza di quest’azione, la guerriglia, allertata per la vicinanza dell’esercito, rispose disseminando maggiori mine sul territorio per disincentivare l’avanzata della forza militare. Tra il 2007 e il 2009 si è assistito a un’acutizzazione del conflitto con forti ripercussioni sulla società civile che visse un periodo di “confinamento” non potendo uscire dalle proprie case per l’intensità degli scontri tra i gruppi di guerrilla e l’esercito.

Molte famiglie abbandonarono i propri territori, soprattutto nel settore montuoso di Samaniego, confluendo nel casco urbano (centro abitato, ndr), e qui, non sapendo dove rifugiarsi, iniziarono a occupare terreni pubblici e a costruire delle baracche dove ripararsi. La Corte Costituzionalecolombiana, nel 2008, emanò due risoluzioni con cui intimò alle istituzioni di assumere le misure necessarie per garantire il soddisfacimento delle necessità basiche (abitazione, alimentazione, assistenza sanitaria, educazione) alla popolazione desplazada nel comune.

A nove anni dalle risoluzioni, le famiglie continuano a vivere nei terreni occupati in una situazione di precarietà, ricevendo aiuti minimi da parte delle istituzioni. Questo abbandono provoca in molti casi un fenomeno di re-vittimizzazione per cui oltre ad aver subito delle violenze legate al conflitto armato (omicidio, desplazamiento, sequestro, torture, minacce, sparizioni forzate, abusi e violenza, reclutamento forzato, sequestro dei terreni), la condizione di abbandono e isolamento successiva, lede ulteriormente la dignità della vittima e ne riduce le possibilità di recupero.

L’attuale momento storico costituisce un’opportunità per la società civile e le comunità minoritarie di intervenire e contribuire attivamente per la costruzione della pace nell’implementazione degli accordi di L’Avana e nelle negoziazioni di Quito. In seguito alla firma degli accordi di La Avana, avvenuta il 26 settembre 2016, tra il Governo e le FARC-EP, sono state avviate le procedure di implementazione degli accordi, tra cui la smobilitazione del gruppo di guerriglia e la concentrazione nei territori designati, la consegna delle armi, l’avvio del sistema di giustizia transizionalee la definizione dei programmi di sviluppo e sostituzione delle coltivazioni di uso illecito. Parallelamente, a febbraio di quest’anno, è stato annunciato l’avvio della fase pubblica dei negoziati tra Eln e Governo, essenziali per poter garantire al Paese una pace completa.

Nell’agenda di pace tra Eln e Governo, il tema trasversale a tutto il processo è la partecipazione della società civile, la quale è chiamata a presentare le proprie iniziative di pace. Sulla base di questo punto fondamentale, il 26 febbraio 2017, nel comune di Samaniego si è tenuta un’assemblea, a cui hanno preso parte comunità campesine, vittime del conflitto, comunità indigene, accompagnate dalle istituzioni locali e da organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione degli Stati Americani (Mapp- Oea) e Geneva Call, per far sentire la propria voce, come pervivientes di un conflitto che ha un debito incalcolabile nei confronti dei civili e dei territori. In questa occasione, approfittando della discussione nei tavoli di pace di Quito del punto 5f dell’agenda “dinamiche e azioni umanitarie”, le comunità, riunite nel movimento sociale regionale Minga por la paz de Nariño, hanno presentato la proposta di riattivazione del patto locale di pace del 2004 e sette iniziative di pace, tra cui lo sminamento umanitario della frazione del Chinchal di Samaniego e dei territori indigeni de El Sande e La Montaña, le stesse che erano state presentate nel 2006. Le iniziative sono state accolte positivamente dalle delegazioni ai tavoli di pace del Governo e dell’Eln, che tramite dei video hanno espresso la loro approvazione.

La prima fase di negoziazione si è conclusa ed è stata avviata la seconda ma il 25 luglio, l’Eln ha annunciato ai giornali l’approvazione da parte del gruppo dello sminamento umanitario nei territori proposti. Questo significa che dopo 12 anni di richieste di sminamento umanitario, finalmente le comunità hanno ricevuto una risposta. Questo processo è frutto della partecipazione dal basso della società civile che in tutti questi anni ha continuato a costruire, instancabile, una proposta collettiva in “minga” (termine di origine quechua, usato per identificare il lavoro comunitario).

Ed è così, quindi, che la voce di Bernardo Tellez, alle 7.15 di mattina, non può che dare speranza: una porta si è aperta per le comunità, che potranno avere un ruolo protagonista nella rivendicazione dei propri diritti, e per la Colombia, che, anche se un po’ traballante, pone le basi per il raggiungimento di una pace completa.

Gli autori

Oikos Onlus ha conosciuto il processo di resistenza al conflitto delle comunità di Samaniego nel 2006, a un incontro internazionale di una rete di realtà urbane europee e latino-americane a Porto Alegre (Brasile), durante il quale il coordinatore dell’associazione ascoltò per la prima volta le parole di Harold Montufar, oggi coordinatore dell’Instituto Sur Isais. Da quell’incontro nacque un’amicizia che sfociò poi in una collaborazione quando, nel 2015, la Regione Friuli Venezia Giulia, nell’ambito del programma regionale di cooperazione, approvò un progetto di promozione dei diritti umani in Colombia, che fu l’inizio di un percorso di scambio, tutt’ora in corso, con le comunità locali del Comune di Samaniego.

Il primo progetto, avviato a gennaio 2016 e denominato DUPLA PAZ, ha l’obiettivo di promuovere i diritti umani e la partecipazione, attraverso corsi di formazione, realizzati in collaborazione con il Centro de Estudios Sociales di Coimbra, diretti a rappresentanti di organizzazioni comunitarie e sociali, membri delle comunità indigene, campesinos e vittime del conflitto armato, per approfondire il tema del processo di pace. Contemporaneamente, è stata avviata la costruzione dello Spazio educativo per la pace e il buen vivir, un centro di formazione, dialogo e incontro in cui promuovere una educazione di qualità, attraverso programmi tecnici e universitari. Formare le future generazioni con i valori del dialogo, della reciprocità, della riconciliazione e del perdono e fornire loro le competenze necessarie per la gestione di questo cambiamento storico rappresenta uno dei compiti e delle sfide fondamentali del post-conflitto, ancor più nelle zone rurali dove l’esclusione e la scarsità di risorse economiche impediscono ai giovani di poter accedere a un’istruzione di qualità. Infine, il progetto sostiene un’associazione di vittime del conflitto, formata da circa 64 famiglie, attraverso attività di accompagnamento giuridico e psico-sociale.

Il secondo progetto SABOR ECO Y JUSTO, avviato a fine dicembre 2016, in collaborazione con la Cooperativa Sociale Itaca di Pordenone, ha l’obiettivo di sostenere i produttori locali attraverso la formazione e il sostegno alla commercializzazione dei prodotti tipici, come il caffè e l’artigianato locale. Al contempo, mira a migliorare le condizioni di vita di un’associazione di vittime del conflitto attraverso l’avvio di un centro di raccolta e riciclo della plastica e promuovendo pratiche in linea con la protezione dell’ambiente.

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